Pippo Patruno (Monopoli, 1955 – 2023), è stato un artista e docente italiano. Si è dedicato principalmente alla pittura, con opere che hanno esplorato vari movimenti, tra cui l’astrattismo e l’arte concettuale.
Ha sempre avuto un grande bisogno di ricerca: non è stato un artista appagato e compiaciuto, ma severo con se stesso, ansioso di riuscire a trovare il bandolo del suo labirinto immaginario, attraverso le difficoltà della comunicazione, per compiere il miracolo della trasmutazione dell’invisibile in visibile.
Marilena Bonomo
Biografia
Formatosi presso l’Istituto d’Arte di Monopoli, in seguito trasformato in Liceo Artistico e poi accorpato nell’I.I.S.S. “Luigi Russo” con specializzazione in Arte del Tessuto, si è diplomato in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bari.
Inizia la propria ricerca artistica con vari scavi archeologici, dapprima presso la Basilica Cattedrale di Monopoli (fine Anni ’70), poi con l’attività di restauro presso il Museo Archeologico nazionale di Egnazia (1985-1987) e in altre località pugliesi, in maniera lodevole, seria e con massimo impegno lavorativo.
Questo periodo formativo sarà per lui molto importante: l’esperienza di lavoro nel restauro archeologico – ricordava – mi portava a conoscere da vicino, ad esplorare con le mani, l’essenzialità geometrica del disegno nelle figure dipinte sui vasi Messapici. Lì ho trovato la soluzione definitivamente astratta per il mio lavoro. La figurazione geometrica mi parve il segno più evidente ed immediato di elaborazione mentale, pensiero e filosofia…
Fin dal 1975, anno della sua prima mostra personale presso il Circolo Culturale “L’Ariete” di Monopoli, è stato protagonista di esposizioni individuali e collettive in Italia e all’estero.
I suoi primi lavori importanti sono espressionisti, per poi virare decisamente verso un percorso pittorico nel quale l’esuberanza espressiva degli inizi si prosciugava in una nuova sintassi di forme geometriche minimali ma insieme ambigue (“Tradimensioni improbabili”, 1992).
Ha esposto le sue opere nelle principali gallerie italiane, tra le quali la Galleria Marilena Bonomo di Bari, presso la quale pubblica il catalogo “Comporre l’infinito” (1997) e successivamente è protagonista delle mostre personali “Le stanze del giardiniere” (1999) e “Indicativo transitivo” (2005). Nel 2011 ha partecipato alla 54a Edizione della Biennale di Venezia, presentando la serie “Edizioni Fuori Tempo” al Padiglione Italia, Regione Puglia.
Nelle opere successive, la tensione verso una parola che racchiude in sé l’universo assume quasi valore di ricerca spirituale, sperimentando, con la parola scritta, i limiti dell’astrazione e del concetto: “Solglass”, “I pensieri di Dio” e “Flores” anticipano “Futuro remoto”, la sua intensa attività speculativa sul presente e sulla possibilità di coerenti e aggiornate rappresentazioni della contemporaneità, che esclude naturalmente la pittura, relegandola a linguaggio “remoto”. Al suo posto, l’installazione è il medium con il quale l’artista visualizza lo scorrere del tempo, gestisce il passato, ne traccia un’ammissibile ricostruzione e rende il singolo documento parte di un mosaico della creatività contemporanea.
Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti italiani e internazionali, tra i quali Sol LeWitt, che ha frequentato presso la Galleria Bonomo. Alla sua intensa produzione artistica ha unito l’attività di docente, dapprima presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e poi, per oltre 20 anni, presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Le sue opere compaiono in numerosi cataloghi ed in collezioni pubbliche e private.

Il percorso artistico: gli inizi
“La mia pratica artistico-creativa è sempre in continua evoluzione, paragonabile ad un viaggio iniziato col ricordo più lontano che ho di me quando, piccolissimo, riempivo di ghirigori con la penna biro la cornice bianca che gira tutta intorno alle allora enormi pagine della Gazzetta del Mezzogiorno che comprava mio nonno. Sin da allora è stato un accumulare esperienze artistiche di ogni genere e soprattutto crescere studiando la Storia dell’Arte.
Alla fine degli Anni ’70, Giuseppe Patruno – come firmava i suoi quadri – inizia la sua ricerca artistica con l’arte figurativa. Esplora le problematiche di coppia, con la donna che assume contorni nitidi e rilevanza incisiva (…) in un’ambientazione ridotta all’essenziale: un’anomala distesa di sabbia, una appena percettibile striscia di mare, una fetta di cielo.
Ma è con opere espressioniste che si fa conoscere a livello nazionale. Nella sua mostra personale presso la Galleria Il Traghetto di Venezia (1982), espone figure urlanti e scomposte immesse in un ambiente naturalistico, avvalendosi di un segno pittorico potente e rabbioso, e restituendone le valenze umane più significative. Anche l’impiego del colore è di sapore espressionista e in grado di accentuare la forte carica di emotività che queste immagini sprigionano, disvelando per questa via inquietudini che appartengono ad una conoscenza collettiva.
Come profetizzò il critico d’arte Enzo di Martino già nel 1982, dimostrava una personalità autentica, che saprà esprimersi, nel prossimo futuro anche attraverso sentieri diversi da quelli attualmente percorsi. E ciò perché autentici sono anche oggi i segnali di valore e di poesia dei quali Patruno dissemina la sua attuale esperienza espressiva.
Il 1986 è un anno importante: è tra i giovani artisti che Pietro Marino presenta nella collettiva “L’Altra Tigre”, tenuta presso il Museo Archeologico Santa Scolastica di Bari, ed espone “Bambù”, personale presso la Galleria Centrosei di Bari. Sono gli anni della Transavanguardia, del ritorno a una figurazione espressiva di cui Pippo Patruno sentiva un fascino che sollecitava la sua abilità pittorica.

“Tradimensioni improbabili”
Nel periodo successivo, Patruno avverte l’esigenza di una pausa per sviluppare “in silenzio” una ricerca che, pian piano, è andata prosciugando l’espressionismo pittorico dei primi lavori, focalizzando l’attenzione sulle virtuosità spaziali della sintesi geometrica, sulle relazioni interne della forma-colore entro il campo della tela ed oltre.
Ricordando quegli anni, evidenziava che la figurazione dei miei primi anni ripercorreva un’idea di profondità spaziale; cercavo un’idea essenziale che mi portasse oltre qualsiasi rimando alla realtà, volevo un’apertura ancor più evidente dello spazio mentale e l’elemento geometrico divenne il mio riferimento.
Così, nel 1992 a Monopoli presenta “Tradimensioni improbabili”: è il primo segnale di un cambio radicale che lo porterà negli anni successivi verso l’arte concettuale. L’incastro ambiguo di motivi ad arco simula nella pittura una valenza veristica. L’organizzazione compositiva avviene quasi per generazione spontanea, che crea un gioco di improbabili combinazioni prospettiche e modulari, a cui il colore dà consistenza plastica e volumetrica. Sono forme non banali, percorse da una sensibilità misteriosa ed enigmatica, dalla forte proiezione spaziale.
Il sodalizio con la Galleria Bonomo
Proprio la sperimentazione delle forme geometriche elementari contraddistingue la sua produzione successiva, esaltando la ripetizione rituale del gesto. Nel 1997 Marilena Bonomo lo presenta con il catalogo “Comporre l’infinito”: la scansione matematica delle sue opere talvolta si rappresenta in geometria metodica, talvolta si stempera nel gioco delle luci e delle ombre, assumendo l’aspetto di impronta, più che di forma. All’inizio del 1998 tali opere sono esposte nella personale presso l’Associazione Culturale Modì di Bari. È unasimbologia semplice e arcaica che scaturisce da un’unica forma geometrica essenziale, il quadrato. Una silenziosa partitura che compone all’infinito il movimento delle stesse forme, degli stessi segni in sottili varianti di colore, tonalità, posizione, accostamento.
In questo periodo gli attribuiscono epigonie di Barnett Newnan, Malevic, il rigore e l’ascetismo al vuoto, una spiritualità inerente il gesto pittorico. In realtà, Pippo Patruno è un astratto, come si definisce lui stesso, che lavora in progress, rimettendo sempre e comunque in discussione anche la validità dello strumento pittorico che usa. Sono gli anni nei quali espone le sue opere in varie mostre collettive, in Italia e all’estero (Svizzera, Egitto, Siria, Belgio).
Con “Le stanze del giardiniere” (1999), sua prima mostra personale presso la Galleria Bonomo di Bari, Pippo Patruno propone una tavolozza rinascimentale nella quale spesso s’impone una suadente scala cromatica d’avanguardia, che declina i colori intensi e passionali della terra di Puglia e, quindi, del Mediterraneo. E in questa fervida ricerca delle proprie radici, l’artista monopolitano abbandona quasi del tutto certe rigidità geometriche, per rincorrere scansioni coloristiche e curve orientaleggianti, fluttuando nello spazio e portando la luce persino nel vuoto.
Tra le varie opere esposte, ricordiamo “Il Sogno di Piero”, ispirato dal celebre Sogno di Costantino affrescato da Piero della Francesca ad Arezzo alla metà del Quattrocento. La sagoma stilizzata della tenda dell’imperatore viene replicata otto volte su una griglia ortogonale, determinando una disomogenea combinazione formale e cromatica. Il lavoro sarà riproposto nel 2019 presso l’Alliance Française di Bari, nell’ambito della collettiva “Se combiner / 2”.
Ma ben presto questo patchwork da décor minimalista – come lo definisce Pietro Marino qualche anno dopo – diviene una gabbia. Nell’ottobre 2005, con l’inaugurazione di “Indicativo transitivo”, la nuova mostra personale presso la Galleria Bonomo, Patruno presenta una ricerca che privilegia un versante “caldo” del concettuale, […] non astratte presenze verbali, in acrilico su tavola, ma lemmi, frasi famose, calembour che invitano lo spettatore ad abbandonarsi ad un’esperienza artistica consumata non solo nella piacevolezza estetica, ma anche nel ludico esercizio di identificazione delle lettere e dei vocaboli.
Il mondo delle gallerie – ricordava Patruno – ha messo in discussione il mio fare arte, poiché quello era il momento di lavorare sui contenuti, di intercettare e interpretare i linguaggi del mondo e restituirli. In particolare, si possono citare le osservazioni degli artisti incontrati nella Galleria Bonomo, da LeWitt a Kosuth a Boetti. A sua volta Sol LeWitt fu colpito dal lavoro di Patruno, tanto da volerne due pezzi per la sua collezione a New York.
Il tentativo di sposare forma e parola fa decisi passo avanti. Nel 2010 pubblica “Capoverso” con la Galleria Bonomo e realizza, nel borgo antico di Polignano a Mare per “Extrabilia”, l’installazione “Nauta”: un grande acrilico su tavola sulla quale sono incise, con piccoli fori nel corpo ligneo, le cinque lettere che compongono la parola, vivacizzate da una fonte luminosa. Nello stesso periodo frequenta la casa-studio Residenza d’Artista di Sol LeWitt a Spoleto; ispirandosi a lui e all’ascolto della musica di Philip Glass crea “Solglass”, una serie di quadri composti da elementi geometrici eterei e in divenire.
“Edizioni Fuori Tempo” e “Flores”
Con la serie “Edizioni Fuori tempo” (2011), presentata alla 54a Edizione della Biennale di Venezia ed esposta nel Museo Archeologico Santa Scolastica di Bari per il distaccamento pugliese del Padiglione Italia, Patruno elabora con raffinatissima tecnica quadri che riproducono i titoli e le immagini di ipotetiche copertine. Una collana di libri-quadro che appartiene all’intima dimensione biografica dell’autore, di cui non svela i contenuti ma semplicemente vi allude nelle inesistenti pagine interne, innescando un percorso narrativo che sollecita ciascun osservatore ad immaginare una trama personale del libro stesso, con una fruizione attiva e coinvolgente delle opere.
La sospensione temporale da questo momento si rivela sempre di più la cifra creativa dell’autore. Il lavoro inizia a divenire più mentale e la pittura stessa tende a sparire. Nella serie “I pensieri di Dio” si sfida nel coniugare in una risoluzione metafisica il linguaggio scritto e la forma geometrica, in quanto linguaggi generati dal pensiero dell’uomo, come lui stesso annota.
L’ultima fase artistica è di completa sperimentazione: oltre alla pittura, Pippo Patruno esprime se stesso e il suo modo di vedere l’arte e la vita con la fotografia, l’installazione, il collage.
Nell’ambito delle Giornate FAI di Primavera del 2014, presso Palazzo Palmieri di Monopoli presenta “Flores”,un lungo elenco di termini botanici in latino, con esatto e sobrio disegno a matita su fondo bianco, moltiplicato come una fitta texture su una lavagna a grandi dimensioni. L’idea viene proposta anche con una installazione floreale nell’antica EdicolaRara di Terlizzi: sequenze di nomi dipinti in bianco su fondi variabili di azzurro polvere, scritti su sottili ondeggianti strisce di compensato sospese al soffitto a mutabili altezze. Il tappeto profumato di “fiori veri” disposti sul pavimento in terra battuta e destinati alla morte rispecchiano gli immortali “fiori scritti”, appartenenti alla dimensione del pensiero e non della natura, annullando la corruttibilità del tempo.
Le “capsule del tempo”
Ma Patruno è sempre in ricerca e stupisce tutti con un nuovo percorso: dapprima in alcune collettive, tra le quali spicca quella in California al Santa Monica Art Studios nel marzo 2019, e qualche mese più tardi con la personale “Futuro remoto” presso il Museo “Nuova Era” di Bari, propone le sue particolari e assolutamente originali “capsule del tempo”. Si tratta di una peculiare modalità di archiviazione, che non rivela ma nasconde, che conserva ma non rende pienamente fruibile. Inviti, riviste, cartoline, vecchie fotografie, lettere, sono assemblati in plichi disomogenei chiusi con uno spago da imballaggio. Oscillando tra riferimenti personali e rimandi collettivi, l’artista seleziona ciò che il mondo perde, scarta o dimentica, indizi di quella stessa esistenza che ora devono testimoniare. Antinomico su un piano concettuale è il gesto dell’artista che per un verso porta alla luce i preziosi reperti e, per l’altro, dopo lo sforzo archeologico, li sotterra nuovamente nella sistematica sovrapposizione degli incartamenti. Nello stesso contesto presenta anche alcune fotografie stampate su legno, al centro delle quali campeggia una parola traforata. Sono lavori nati leggendo “La scrittura del dio” in L’Aleph di Jorge Luis Borges: a un dio basterà una parola e in quella parola ci sarà la totalità delle cose.
L’insegnamento
Pippo Patruno ha unito l’attività artistica con l’insegnamento. È stato docente presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano (1998/2000) e dal 2000 al 2022 presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, insegnando Anatomia Artistica e Tecniche Pittoriche. È stato un artista che ha saputo donarsi senza riserve. Lo faceva con i colleghi e con gli amici artisti, ma ancor di più con i suoi studenti, presentandone il lavoro a critici e curatori. Con fare paterno ne sosteneva la creatività e ne incentivava la ricerca, non di rado anteponendo il loro lavoro al suo.
“E’ indubbiamente molto importante il ruolo dell’arte e dell’artista per l’educazione dei giovani. L’arte, declinata in tutte le sue forme espressive, affianca la logica, il razionalismo, dialoga col dubbio, espone le ragioni del cuore, invita alla riflessione, provoca l’ironia, evolve l’estetica, alimenta l’innata necessità di bellezza nel mondo; tutto questo è l’artista. L’artista è il produttore del miglior tempo dell’uomo, il tempo della creazione, un tempo sublime.”
“Mi piacerebbe che della mia arte venga riconosciuto il percorso. Un percorso che non è stato mai scelto! È nato con me”
Pippo Patruno
Eredità artistica
Nel 2024 nasce l’Associazione Culturale “Pippo Patruno”, con l’obiettivo di tutelare, valorizzare e rendere fruibile a tutti il patrimonio artistico di Pippo Patruno.





